giovedì 25 agosto 2016

Lorenzo Costantino Cherubini : Jovanotti, da trent'anni sulla cresta dell'onda

Da Dj a cantante, celebre grazie a "Re Mida" Claudio Cecchetto
di Fabio Buffa - Slide


Sono trent’anni che Lorenzo Costantino Cherubini, in arte Jovanotti, è sulla cresta dell’onda. Un po’ arbitrariamente abbiamo voluto far partire la grande corsa di uno dei più grandi cantanti degli ultimi decenni dal 1986, periodo in cui, ancora nelle vesti di “semplice” Dj (allora si chiamavano, per esteso, disc jockey),  inizia a far ballare schiere di giovani nel mitico Piper di Roma. A dire il vero Lorenzo, non ancora Jovanotti, era da almeno cinque anni che metteva dischi sul piatto tra discoteche ed emittenti radiofoniche (come Radio Antenna Musica di Roma), ma l’esordio al Piper pensiamo che rappresenti la prima consacrazione del suo talento. Lui, che è della classe 1966, già nel 1980 (quindi a soli 14 anni) si cimentava   in una radio locale di Cortona, dimostrando di avere la stoffa per spiccare il volo. 

E’ stato Claudio Cecchetto a scoprirlo portandolo nel 1987 in quella Radio Dj che allora era una vibrante fucina di talenti. Ma Jovanotti forse era il migliore, colui in grado di creare mode e pensieri tra i giovani, con un carisma mosso esclusivamente dalla sua furba semplicità. 
Nel 1988 arriva il suo primo lavoro in qualità di cantante con il singolo “E’ qui la festa?”, che darà il via al primo LP, “Jovanotti for President”. Un album che contiene la canzone simbolo del  fenomeno Jovanotti di allora, “Gimme five”  rendendolo popolarissimo tra giovani e non.  Lorenzo Cherubini ha un bel groove, cioè ha la capacità di creare grande empatia tra il ritmo delle sue canzoni e il pubblico: anche perché i testi inizialmente dicono ben poco. Ciò che conta è il ritmo, il ripetere in stile rap le stesse frasi  (“è qui la festa?”, “Gimme Five”) fino all’ossessione. Jovanotti stile anni ’80 riesce a spaccare in due una generazione di ragazzi e ragazze già sufficientemente polarizzati tra impegno politico ed edonismo reaganiano.  Jovanotti si infila in mezzo a questi due poli fregandosene delle peculiarità di entrambi; vuole diventare un artista trasversale. Ma il Jovanotti di allora divide: c’era chi lo considerava una sorta di genio uscito dalla lampada e chi correva in negozio a comprare le magliette con il disegno del dito medio alzato e la scritta  “Jovanotti fuck off”. 
Sono gli anni in cui conduce “Dee Jay Television” e “1,2,3 Jovanotti”: la prima durava già dal 1983, prima su Canale 5, poi su Italia 1, la seconda veniva trasmessa al sabato pomeriggio (1988-89) dalla discoteca Rolling Stone di Milano. Si capiva che quel ragazzo, dal volto bianchiccio e slavato, non era quel “fusto vuoto”  che  molti dicevano. Sembrava che lo facesse apposta a fare il disimpegnato, il modaiolo, nei termini che usava e negli atteggiamenti, quasi  come se ci godesse a far arrabbiare il popolo dell’impegno sociale e della musica di protesta. 
Dopo la partecipazione a Sanremo del 1989 (con la canzone “Vasco”) e alcune apparizioni alla trasmissione di Pippo Baudo “Fantastico”, pareva che Jovanotti fosse destinato a sparire dall’orizzonte musicale, come una delle tante meteore canore. 
Ma non fu così: è il 1991 ed esce “Una tribù che balla”, album che fa emergere una vena più riflessiva e densa di significati. Nel 1992 arriva “Cuore”, il singolo in memoria di Giovanni Falcone. Jovanotti, da stralunato simbolo del disimpegno giovanile, si trasforma in cantate in grado di far arrivare in modo semplice e schietto i messaggi più struggenti e ricchi di significato a giovani che non solo apprezzano la metamorfosi, ma addirittura credono che sia la musica il vero motore del cambiamento sociale. Molti di coloro che alla fine degli anni ottanta, con la puzza sotto il naso, consideravano Cherubini il simbolo di una gioventù legata alle mode e all’appiattimento culturale,  improvvisamente rivalutano Jovanotti, soprattutto quando nel 1994 esce “Penso Positivo”, un vero e proprio inno alla fratellanza, a prescindere da razza, opinioni e religioni. Jovanotti con questa canzone crede, “che a questo mondo esista solo una grande chiesa, che va da Che Guevara e arriva a Madre Teresa, passando da Malcom X attraverso Gandhi e San Patrignano, arriva ad un prete di periferia che va avanti nonostante il Vaticano”.  Quel “nonostante” rappresenta la grande spaccatura col passato, trasformando Jovanotti da carismatico cantante estroverso e stravagante ad  ideatore di nuove filosofie, non solo musicali.
Nel 1995 con “L’Ombelico del mondo” propone una visione della vita in cui le regole vengono sistematicamente soppiantate dalle eccezioni. Jovanotti vuole rimarcare il concetto secondo cui la normalità è un’entità astratta e vuota, sottolineando l’unicità dell’essere umano. 
Con “L’Albero”, nel 1997, mette insieme musica popolare, tradizionale folk ed etnica. E’ un Jovanotti alla ricerca di alchimie sonore per creare uno stile fatto di nuove sonorità e affascinati “contaminazioni”. E’ il periodo in cui si impegna per gli Zapatisti messicani del Chapas, in cui vince il Festivalbar e che incide con Piero Pelù e Ligabue il brano pacifista “Il mio nome è mai più” contro la guerra nella ex Jugoslavia. 
Si impegna contro il debito che strangola i paesi del terzo mondo, proponendo la canzone “Cancella il debito”. 
Nel 2010 con il brano “Baciami Ancora” vince il David di Donatello come migliore colonna sonora: il film a cui si riferiva quel brano è quello di Gabriele Muccino che da il titolo alla canzone stessa. Un anno dopo “Il più grande spettacolo dopo il Big Bang” conquista l’Italia e non solo, diventando un vero e proprio inno all’amore, inteso in tutte le declinazioni possibili.
Safari, “Ora” e “Lorenzo 2015 CC”, sono gli ultimi tre lavori di un artista che rimane straordinario, dalla popolarità indelebile. 
Capace di passare dagli inni al disimpegno e al divertimento fine a stesso di inizio carriera, ad un’emancipazione musicale e culturale straordinaria, senza mai perdere di vista il ritmo, l’empatia musicale con il pubblico e quell’umiltà che è forse la vera forza trainante di questo nostro artista. La sua straordinaria visione dell’Amore contamina tante sue canzoni: un Amore in cui è la complicità a fare da motore.  In cui noia e fragilità del rapporto non vengono mai negate, ma servono a trovare le vie d’uscita per scappare dalla crisi e rilanciare la storia, d’Amore.