giovedì 25 agosto 2016

Antonello Cuccureddu, La stella della Juventus club, intervistato da Slide

La storia del calcio italiano
di Alessandra Mura - Slide Sassari

Il calcio come scuola di vita, i suoi progetti ad Alghero dove vive insieme alla sua famiglia
I lettori di Slide saranno felici di leggere questa intervista realizzata con Antonello Cuccureddu, non solo perché si racconta uno dei più grandi calciatori del calcio italiano, ma soprattutto per l’insegnamento di vita che il Mister trasmette ai ragazzi che oggi affrontano il mondo del calcio
Iniziamo dall’inizio. Brutto da dire, ma di grande significato. L’inizio si chiama Pino Cuccureddu, il papà di Antonello, grande allenatore che trasmise non solo il talento ma anche la passione per il calcio ai suoi figli.


Quando ha iniziato Antonello a giocare a calcio?
Ero alto forse meno del tavolino, ma maneggiavo la palla da quando gattonavo. Mio padre allenava, ha lavorato sempre con i ragazzi, con i giovani e io giocavo con lui tutti i giorni. Non solo mi ha incoraggiato, ma la verità è che in quegli anni non c’era nient’altro. La nostra scuola di vita era la strada e il pallone. Si giocava dappertutto, nel campo, per strada, in spiaggia, eravamo noi e il pallone. Oggi non è più cosi.

E com'è oggi?
I ragazzi vogliono tutto, subito, ne non hanno strutture, se non hanno la tecnologia, non giocano. Non dico che non ci siano le società, ma non ci sono motivazioni, serietà di creare e andare avanti, non ci sono obbiettivi di crescita, non ci sono esempi. E’ vero che i soldi fanno tutto o quasi ma il talento non arriva con il denaro, la motivazione non arriva con i soldi.

E come dovrebbe essere invece?
Ci vogliono le persone giuste, ci vogliono le capacità e una grande serietà. Fare calcio, non basta la fortuna, ci vogliono requisiti, fortuna, capacità, bisogna arrivare ma riuscire a mantenere la testa sulle spalle. Io ho fatto un ascesa incredibile, sono stato bravo a mantenere ciò che ho desiderato dall’inizio. Lo dicevo sempre a mio padre: “Io arriverò in serie A”. Lo dicevo da quando avevo 6 anni e ho portato avanti i miei sogni con enormi sacrifici.

Sei stato tenace.
Desideravo avere quella maglia, desideravo dimostrare quanto valevo. Questo è il motore di tutto. Sono partito dal Fertilia nel ’67, l’anno dopo passai alla Torres. Un ragazzo di Alghero arrivato dal nulla che passa dal Fertilia alla Torres che in quegli anni era in serie C, ha fatto un enorme risultato. Ma non mi bastava. A volte i sogni si realizzano no? Per me è stato così. Passai al Brescia dopo una sola stagione con la Torres, che quell’anno era retrocessa in serie B. Su 34 partite ne avevo fatte 25. Da Sassari arrivare al Brescia in pochi mesi, se solo lo racconto non ci credo. Mi dovevo far trovare preparato, e lo ero. Ero pronto a tutto, ho colto l’attimo, ho studiato, mi sono allenato tanto, sapevo che dovevo salire sul treno in corsa. Dovevo diventare un professionista serio. Arrivavo dalla strada, dovevo dimostrare che lo ero, un professionista. Così è stato. I sacrifici fatti oggi nemmeno se li sognano. Viaggiavo, ero stanco morto alla sera ma la mattina ripartivo con la carica a mille. Non andavo più la sera con gli amici in giro, mi ritiravo dopo gli allenamenti. Dovevo pensare solo al mio sogno.

Dal Brescia alla Juve, ci racconti questo passaggio?
Non riesco nemmeno a raccontarlo. Ma potete immaginare. In due anni sono passato dal Fertilia alla Juve. Io ci giocavo alle figurine con quei campioni lì, con i campioni con i quali dopo due anni mi sono trovato a condividere il campo. Avevo vent’anni, mi sentivo baciato da Dio. Una cosa straordinaria, nemmeno ci credevo.

Cosa è successo?
Dopo che il Brescia era tornato in serie A, io non fui convocato nella prima partita di campionato, nemmeno in panchina. Mi hanno lasciato in tribuna. E non capivo, ho accettato la scelta del mister e ho seguito i miei compagni dalla tribuna. La seconda partita di campionato la stessa cosa. In tribuna. Non capivo davvero. Nemmeno in panchina, la cosa mi sembrava impossibile. La terza domenica la stessa cosa, mi ritrovai in tribuna. Ero talmente arrabbiato dentro, nonostante avessi sempre tenuto un atteggiamento dignitoso, che alla fine dissi al Mister: “Ma perché mi sta lasciando in tribuna?

E lui cosa ti rispose?
Il Mister mi rispose: “Perché tu non sei ne in campo ne in panchina ne in riserva, tu devi andare a giocare con la Juventus”. Per la prima volta ho sentito le gambe tremare. Ero stato trasferito alla Juve e non potevo giocare nemmeno una partita altrimenti non sarebbe stato valido il passaggio. Da quel momento la mia vita cambiò. Con la Juve ho giocato 12 anni.

Ti ricordi l’esordio?
Eccome. Io ho esordito giocando contro la mia terra , in Sardegna, contro il Cagliari a Cagliari con la maglia numero 10 e ho pure segnato. Mi ricordo persino il paginone di apertura dell’Unione Sarda, il quotidiano sardo, con un titolo tutto per me: “Malu fizzu” (figlio cattivo).
Come andò quell'anno?
Quell’anno il Cagliari vinse il campionato e la Juve arrivò seconda. Sono stati 12 anni meravigliosi, io piacevo a tutti, la nostra era una grande squadra. Eravamo professionisti, non c’erano figli e figliastri, si lavorava tanto , ma sono stato sempre trattato con i guanti. Dopo la Juve sono arrivato alla Fiorentina. Dall’80 in poi tornarono gli stranieri, avevano riaperto le frontiere. Arrivò Platinì, quei campioni li. Alla Fiorentina arrivavano soprattutto gli argentini, erano tutti dei grandi campioni. A Firenze chiusi con la Serie A nel 1984, a causa di vari infortuni.

Tu ti facest male in quell'anno.
Durante il passaggio alla Fiorentina mi infortunai dopo uno scontro con il portiere. Rimasi fermo sette mesi. Poi quando stai fermo una stagione e rimani ingessato dal bacino alla caviglia è dura ricominciare.

Cuccureddu allenatore. Da protagonista dentro al campo a regista di grandi campioni.
Tra gli anni 1980 e 1990 guidai le giovanili della Juventus vincendo, nella stagione 1993-1994, il Campionato Primavera e il Torneo di Viareggio. Sono contento di aver contribuito a formare quello che ancora oggi è un grande campione, Alessandro Del Piero. Nel 1998 abbiamo conquistato l'ottava posizione con l'Acireale, in Serie C1. E dopo una fugace esperienza alla guida della Ternana nel 1998-1999, in serie B, passo ad allenare il Crotone, sempre in C1.

Con il Crotone fu un enorme successo.
Abbiamo vinto il campionato ed ero stato osannato dai dirigenti, dalla squadra, dai giocatori e dalla gente. Mi ricordo ancora le emozioni di quell’anno. Nel 2004 andai all’Avellino, me ne andai a 4 partite dalla fine, avevo litigato con il direttore sportivo. Ma oggi raccontarlo non ha importanza, l’unica cosa che contava era che l’Avellino salì in serie B. L’anno dopo tornai nella mia terra alla Torres. Quell’anno facemmo i play off.

Poi nel 2007 andasti al Grosseto giusto?
Esatto, dove vincemmo il campionato. Prima di arrivare a Grosseto, rimasi fermo due mesi. E mi chiamò il presidente del Grosseto, che conoscevo bene. Il Grossetto era quanrt’ultima, la allenava Allegri che era stato esonerato. Beh, la mia più grande soddisfazione è che abbiamo vinto il campionato. Io ho sempre fatto il massimo sia da giocatore che da allenatore. Ho un difetto, non ho mai accettato i compromessi, ho sempre agito per come sentivo, sia d’istinto che di testa. Ho le mie regole, se non le rispetti non riusciamo ad andare d’accordo. Sono stato sempre così, anche un po’ rigido in campo ma sapevo che dovevo dare l’esempio, Ho una storia dietro, dovevo far capire che per arrivare bisognava sudare. Alla dirigenza spesso ero un po’ scomodo ma sapevo che era l’unico modo per vincere. E così è sempre stato.

Oggi Cuccureddu ha altri sogni nel cassetto?

Sempre, i sogni non mi abbandonano mai. Intanto voglio realizzare un centro sportivo nella mia città, ad Alghero, spero di riuscirci. E poi non mancherò mai di ricordare che i sogni si realizzano solo se oltre al talento, si possiede la forza interiore fortissima, quella che ti fa fare cose oltre le tue capacità fisiche, oltre le cose che tu stesso pensi. Oggi posso dire con fierezza che la gente mi ricorda per questo e che chi mi ferma per strada lo fa perché ha davanti un uomo normale che ha dimostrato di diventare una stella del calcio con la tenacia e la forza che appartiene ai sardi e ai vincenti, nella testa e nel cuore.