martedì 18 settembre 2012

UN GIORNO SPECIALE Intervista esclusiva a Francesca Comencini


UN GIORNO SPECIALE
Intervista esclusiva a Francesca Comencini

di Massimiliano Schiavoni – Radio Cinema per Slide


Passato in concorso all'ultimo Festival di Venezia in mezzo a giudizi contrastanti, Un giorno speciale, nuovo film di Francesca Comencini, è in realtà una buona commedia drammatica, ben inquadrata su due figure centrali, un ragazzo e una ragazza appena adulti che per la prima volta si trovano a confrontarsi col “mondo là fuori”. I due s'incontrano per caso durante una giornata che per entrambi si trasformerà in un breve e significativo stand-by dalle loro rispettive esistenze. Marco è infatti al primo giorno di lavoro come autista, e la sua prima cliente è Gina, una ragazza della periferia romana che, per assecondare le aspettative della madre, è spinta a “incontrare” un onorevole per tentare la carriera d'attrice. In primo luogo Francesca Comencini ha lavorato benissimo con i suoi due giovani più o meno esordienti (Giulia Valentini al primo film, Filippo Scicchitano al secondo dopo la folgorante partecipazione a Scialla! di Francesco Bruni), cercando in loro una spontaneità d'approccio al cinema e alla vita. Poi, l'autrice ha messo in relazione significante i personaggi con la città, confermando la sua sensibilità per i paesaggi urbani e per la loro valorizzazione di senso rispetto al racconto.

  1. Il tuo film sembra nascere anche da un'esigenza d'attualità sugli intrecci tra Potere e sfruttamento delle ragazze. E' una giusta lettura?

F.C. Beh in parte sì, certamente. Nasce come una riflessione un po' a scoppio ritardato. In questi ultimi mesi siamo stati pervasi da immagini, parole, anche fantasie, dalle cronache, dai telegiornali, dalle interviste, dai quotidiani, riguardo a ragazze che venivano portate nei “Palazzi del Potere”. Penso che il cinema possa fare un tentativo di raccontare questa realtà. Non è certo facile, perché quando l'attualità è così forte è più complicato trovare un tuo linguaggio-cinema al riguardo. Spero di esserci riuscita. Credo comunque che sia importante fare questo tentativo, perché uno dei mali più diffusi nel nostro Paese è la rimozione. Quindi credo sia interessante per una regista riflettere, ovviamente a suo modo, sul ventennio che abbiamo attraversato.

  1. Nel film si avverte anche il tentativo di raccontare le diverse anime di Roma, con le sue differenze, i suoi contrasti. Come hai scelto i luoghi e la storia da raccontare in relazione alla città?

F.C. Roma è certamente la terza protagonista di questo film. E' una cosa che spesso succede nei miei film. Lo spazio bianco era Napoli, A casa nostra era Milano... In Un giorno speciale ho cercato di essere molto precisa, la precisione è uno dei valori che ho cercato di rispettare. Precisione dei luoghi, delle facce, nel raccontare il viaggio dei due ragazzi. Il quartiere da cui proviene il personaggio di Gina si chiama Ponte di Nona, si trova all'estrema periferia est di Roma, sulla Prenestina. E' molto importante la scelta dei luoghi. La periferia da cui loro provengono è in realtà una periferia con un suo tentativo di bellezza: le case sono colorate, sono anche belle, ma il quartiere è proprio tagliato fuori dal raccordo anulare, non ci sono servizi, mezzi di trasporto, tra le case pascolano ancora le pecore. E' una cementificazione selvaggia di tutta la campagna intorno a Roma. La scelta estetica di questo luogo per me era funzionale anche a spiegare il rapporto con la bellezza di questa madre e di questa figlia. L'interno della loro casa è ossessivamente curato, è pieno di quadri, di oggettini, di specchi. Tutto questo era importante per definire i personaggi, e poi era importante perché Roma somiglia moltissimo a Gina, è un suo specchio. In tutte e due convivono una grandissima bellezza, e il continuo pericolo di collasso di questa bellezza dentro l'orrore.

  1. Sembra comunque che tu abbia scelto di tenere i riferimenti più forti all'attualità (l'onorevole ecc.ecc.) in secondo piano rispetto ai due giovani, ai loro personaggi e alle loro difficoltà nel mondo del lavoro, come se la crisi economica fosse diventata più urgente di altre cose.

F.C. La scelta di tenere in primo piano i due giovani viene dalla mia principale spinta personale, che era su di loro. Io volevo capire e provare a raccontare soprattutto la ragazza. E poi mi piacevano come personaggi, mi attiravano di più. Questa è stata la scelta narrativa. Per me la scintilla è stata non tanto la storia del “bunga-bunga”, ma piuttosto la vicenda di Noemi Letizia. Mi ha colpito la sua faccia, la faccia di sua madre, l'idea che loro avevano della bellezza, “Se sei bella, è un valore”, in una ragazza così giovane. Noemi è dello stesso anno e mese di mia figlia. La scintilla è stata questa, ma il film tenta di andare oltre, indagando una condizione che è stata citata di recente anche dal Presidente della Repubblica. Napolitano ha detto che l'occupazione giovanile è il problema più grave di questo paese, ed è evidente che è così. Io direi non solo l'occupazione, ma proprio le vite dei giovani. Devono diventare un tema centralissimo per la politica, ma anche per l'arte e per la cultura. E' una nostra responsabilità. Perciò non potevo non allargare il racconto al tema della mancanza del lavoro. Anzi, i due ragazzi del film sono giovanissimi, sono all'uscita dalla scuola, perciò più che la mancanza effettiva del lavoro e la precarietà, che loro non hanno ancora sperimentato, è la paura di tutto questo che li divora.


  1. Nel film c'è anche l'estrema lontananza dei nostri giorni tra i giovani e la Politica di palazzo.

F.C. Sì, per il film ho creato un account mail e ho messo annunci in tutte le periferie di Roma. Così ho trovato Giulia Valentini. Perciò ho incontrato veramente tantissimi ragazzi e ragazze. A tutti chiedevo “Tu politicamente come la pensi?”. La risposta di tutti è sintetizzata da quella che mi ha dato Giulia, che avevo messo pure nel film e poi ho tagliato. E' stata una risposta unanime. “A me non me ne frega niente della politica, si scannassero tra di loro”.


  1. Per quanto riguarda gli attori, è evidente che hai lavorato molto sulla spontaneità e sul far crescere il rapporto tra i due personaggi e attori durante la lavorazione. Come hai lavorato su questo?

F.C. Ho lavorato prima. Lavorare con attori non professionisti o semi-professionisti è un lavoro completamente diverso rispetto a quello con gli attori già affermati. Per me è ugualmente appassionante. Devi lavorare molto nel creare un rapporto di confidenza, di fiducia, conoscerli bene, i loro vezzi, i loro modi di dire. Quindi il lavoro si fa prima. Non facendo però delle vere prove, perché se fai delle prove con dei bambini o non-professionisti diventa tutto finto. Le prove perciò sono incontri in cui parli. Parli del personaggio e loro ti raccontano. Per esempio, appena arrivata al primo incontro con me, Giulia mi ha raccontato che, venendo da me, aveva ricevuto una telefonata. Aveva messo degli annunci per fare la cameriera o la barista e l'avevano chiamata offrendole invece di fare foto di nudo. Le capitavano spesso cose di questo tipo. Da lì è iniziato un rapporto, ci siamo conosciute, ci siamo fidate. Li devi ascoltare e guardare con molta attenzione.

  1. Nel film c'è anche molto amore per la figura della madre, che comunque cresce la figlia con valori sbagliati in mezzo a scarpe col tacco, trucco e vestiti provocanti. E' stato semplice muoversi su questo crinale tra valori errati e amore per il personaggio?

F.C. E' molto difficile. E' una delle cose che mi chiedevo di più. Per me l'aspetto del materno è molto significante e forte nella mia vita. Per questo nelle cronache mi avevano colpito due cose: prima di tutto la figura della madre di Noemi Letizia. Mi sono interrogata, volevo cercare di capire. Perché si capisce che è una madre che ama sua figlia, che le vuole veramente bene. In secondo luogo, mi aveva colpito un'altra ragazza, non ricordo il nome, che è stata indagata ai tempi della D'Addario. Era una ragazza-madre. Mi colpiva che tutte le ragazze coinvolte fossero o figlie o madri. Per me era importante riuscire a capire e non giudicare questa madre nel film, e mostrare che vuol bene davvero alla figlia, onestamente convinta che il modo migliore per metterla nel mondo come giovane donna è quello di spingerla a concedersi a un onorevole. E' una cosa terribile, ed è terribile che sia diventata una normalità benevola.

  1. Nel film si racconta anche lo scontro tra ricchi e poveri, ad esempio con la bella scena dei due ragazzi che vanno a rubare un vestito firmato su via del Corso a Roma.

F.C. Fa parte dei loro caratteri. Ho cercato di essere precisa anche in questo. Per questo ho scelto dei non-attori, con precisione, con similitudini, magari non di simili esperienze ma con somiglianze sociali. Questi due caratteri sono ragazzi di periferia, e molti discrimini oggi si fanno intorno all'organizzazione urbana: abitare ai margini o abitare in centro. Nel film Gina ripete continuamente “Io abito vicina al raccordo anulare”. C'è un forte senso d'esclusione quando stai ai margini. Andare perciò verso il centro di Roma, che loro sembrano non conoscere, è un segnale forte per loro. Giulia stessa mi ha raccontato che suo padre giocava a calcetto da piccolo nei Fori Romani. Lei vive a Tor Bella Monaca, ma prima la sua famiglia viveva a Trastevere. Come quasi per tutte le famiglie romane, e in quasi tutte le città, la popolazione si è lentamente spostata verso le periferie, abbandonando il centro ai ricchi.