martedì 19 giugno 2012

Business Art di Vilma Torselli




Nonostante la crisi mondiale, c’è una categoria di investimenti che non conosce flessioni, ma anzi sicure rivalutazioni, quella dei beni di lusso, entro la quale si possono collocare le opere d’arte come interessante alternativa alla volatile ricchezza di azioni e titoli di borsa.
Dopo il clamore prodotto pochi anni fa dalla vendita all’asta da Christie's di un quadro di Francis Bacon, ''Study of Portrait II', ceduto per 27,5 milioni di dollari, e quello suscitato dall’asta di Sotheby's che aggiudicò un Picasso, “Il ragazzo con la pipa”, per l’incredibile cifra di 104 milioni di dollari, un’altra vendita all’asta dello scorso maggio polverizza ogni record precedente: a New York Sotheby's ha battuto una delle quattro versioni dell’ “Urlo” di Munch per 119,9 milioni di dollari, prezzo tra i più alti mai pagati per un dipinto moderno, superato solo dai 250 milioni di dollari sborsati per “ I giocatori di carte” di Cezanne dalla famiglia reale del Qatar, lo stato più ricco del mondo.
Questi risultati così strepitosi non possono non alimentare qualche dubbio sulla moralità dell’escalation dei prezzi nel mercato dell’arte, perché, citando Robert Hughes, "quando un super ricco paga per un immaturo Picasso del periodo rosa una somma pari al reddito nazionale annuo di certi Paesi africani o dei Caraibi, vuol dire che c'è davvero del marcio".
Frutto di quella che Hughes definisce “un’indecorosa isteria del mercato” la mercificazione delle opere d’arte rappresenta una “oscenità culturale che asseconda un patologico desiderio di possesso” che poco ha a che fare con l’amore per il talento, molto con progetti di marketing, società di investimento, grandi imprese finanziarie, complice la neutralità morale che caratterizza tutta la cultura contemporanea. 

Ma qualche crepa si sta aprendo nel ventre grasso della business-art se Julian Spalding, ex direttore dei musei d’arte contemporanea di Glasgow, Manchester e Sheffield è stato cacciato dalla retrospettiva di Damien Hirst alla Tate Modern di Londra per aver denunciato la truffa celata dietro le opere di scarsissimo valore di questo artista, che sfruttano l’ipertrofia di un mercato impazzito mirante solo al lucro.

L’arte non è solo nell’oggetto, “non esiste una ‘cosa’ chiamata arte”, l’arte in tutte le sue forme ha sempre una sua astratta valenza filosofica e suoi valori morali, ciò che ha fatto dire a Benedetto Croce: “E’ vero che la poesia è autonoma rispetto alla morale , in quanto non predica verità né suggerisce valori etici, ma rispecchiando essa la personalità dell’artista, che è essenzialmente un ente morale, non può non essere rivolta anche alla moralità”. 
Una poesia, una scultura, un dipinto, magari l’ “Urlo” di Munch, hanno una componente inquantificabile che non si può racchiudere nella forma materiale e che quindi non ha prezzo materiale. 

Tuttavia da qualche anno si sta diffondendo il fenomeno dell'art exchange, una borsa in cui gli investitori acquistano azioni di opere d'arte o quote di fondi di investimento in arte e in Lussemburgo si sta progettando il lancio della prima borsa dell'arte regolamentata, la SplitArt, dove sarà possibile valutare e monitorare il rendimento degli investimenti confrontandolo con i maggiori indici azionari di borsa. 
Negli ultimi 10 anni l'arte ha avuto rendimenti migliori delle azioni, con un 'indice artistico’ del +10,2%, parola di Jianping Mei e Michael Moses, docenti di finanza alla Stern School of Business della New York University, specialisti in art market: non è quindi un caso che l’arte come asset si stia affermando in tutto il mondo, dalla Cina, dove già esistono 6 art exchange ed altri 30 sono in allestimento, all’Europa, dove sono stati creati fondi specializzati ed Eft (Exchange Traded Fund), all’America, dove da tempo le banche d'affari, da Jp Morgan a Citigroup a Bank of America, propongono ai loro clienti questi asset alternativi.
Certamente l’investimento in arte è poco liquido, ha costi di transazione elevati, non produce dividendi né cedole, richiede un periodo di detenzione a lungo termine, ma oggi esistono anche fondi speculativi a breve termine che puntano sull’arte contemporanea dove è più facile fare trading specie su artisti come Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Keith Haring, e gli emergenti cinesi e indiani.


Chissà che direbbe Munch di questa folla di operatori di case d’aste, galleristi, advisor, dealer, private banker ……….
Forse il suo “Urlo” disperato è la risposta migliore.