martedì 24 aprile 2012

"Ancora una volta l'estate"

di Vilma Torselli Le quattro stagioni sono da sempre tra gli spunti preferiti dagli artisti di tutti i tempi, forse perché la rappresentazione della mutevolezza del paesaggio e del clima è un'efficace chiave interpretativa dello scorrere del tempo e della sua ciclicità, metafora del percorso della vita dell'uomo che si dipana tra i limiti estremi di nascita e morte. Mentre la Primavera affonda il suo significato simbolico nel mito arcaico di Proserpina, sinonimo di bellezza e rinnovamento, l’Estatesi colloca sotto il segno di Cerere, divinità materna della terra e della fertilità, nume tutelare dei raccolti, ricca di frutti e fiori, abbondanza, bellezza, compenso e premio per la fatica, stagione pacata e passionale particolarmente adatta ad esprimere i sentimenti interiori in una grande varietà di linguaggi. Originale al limite del surreale quello di Giuseppe Arcimboldo (1527-1593), pittore dell'immaginario con una particolare predilezione per inediti assemblages antropomorfi di elementi vegetali, dove frutti, fiori, rami e foglie compongono i ritratti allegorici delle quattro stagioni, volti e figure grottesche risultato di fantastiche metamorfosi che vogliono adombrare la sostanziale ambiguità della realtà. In termini più generali, la rappresentazione delle stagioni si lega alla lunga tradizione della pittura paesaggistica che accomuna moltissime opere pittoriche del ‘600 e del ‘700 in gran parte fiamminghe ma non solo, basti ricordare Albrecht Dürer o il Canaletto, per giungere con Turner e Constable nel territorio del Romanticismo. Dopo l’estate romantica ottocentesca dei veristi, dei macchiaioli, della scuola di Barbizon e di Parigi, prima delle tragiche estati dell’Espressionismo di Kirchner e di Van Gogh, è l'Impressionismo francese con la sua pittura ‘en plein air’ a riprendere il tema delle quattro stagioni indagandone in chiave luministica le caratteristiche cromatiche ed atmosferiche. Pissarro, Sisley, Renoir e soprattutto Claude Monet, sottile indagatore degli effetti di luce e delle loro variazioni nel declinare del giorno e dell'anno, dipingono le loro estati con estrema varietà di soluzioni stilistiche, riversandovi il loro dolore, le loro passioni, la gioia o la disperazione, mentre il ‘900 italiano, con Rosai, Chini, Viani, rende il suo tributo all’estate in opere contemplative o emotive, in paesaggi sereni, descrittivi, turbolenti, violentemente cromatici o delicatamente soffusi. Attraverso le varie interpretazioni di un tema antico quanto l’uomo si può leggere l’evoluzione di una visione della natura come luogo in cui egli ritrova sé stesso e la sua autenticità, dove proietta la propria interiorità aspirando ad una fusione cosmica con l'universo: su questa via, nel corso del tempo, la rappresentazione delle stagioni finisce per assumere un ruolo autonomo ed un significato intrinseco svincolato dalla presenza umana, per divenire specchio delle passioni e catalizzatore dei sentimenti. Oggi la nostra estate la ritroviamo nelle sgargianti fotografie della pubblicità, nelle proposte del tour operator che ci seduce con accattivanti mete esotiche in una natura forse addomesticata da Photoshop, un altrove lontano dalla nostra casa ma soprattutto dai nostri pensieri, un’estate in fuga. Così diversa da quella di Viani o di Monet, estati del ritorno, estati sospese nel tempo in cui tornare sui propri passi nella Viareggio dell’infanzia o nell’amata Normandia. Ennio Flaiano ha scritto: “Non c'è che una stagione: l'estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L'autunno la ricorda, l'inverno la invoca, la primavera la invidia e tenta puerilmente di guastarla.” Sta arrivando, godiamocela, sapendo che l’attesa è la parte migliore.