sabato 4 febbraio 2012

Architettura come scultura abitata


Architettura come scultura abitata

“La storia dell'architettura è storia di forme significative... l'architettura è una realtà vivente... si occupa di significati esistenziali e li traduce in significati spaziali", così scrive il norvegese Christian Norberg-Schulz, architetto e teorico dell’architettura, a sottolineare la stretta connessione tra la storia dell’architettura e quella dell’uomo, in chiave decisamente antropologica.
C’è infatti un puntuale parallelo tra l’evoluzione della specie e quella della progettazione architettonica, un parallelo che costruisce saldi legami tra spazio e tempo, natura e manufatto, topologia e tipologia, perché l'architettura muta ed evolve con l'uomo, la filosofia, la società, le tecnologie, fino a divenire l'espressione più significativa del passaggio dell’essere umano su questa terra.
Che è stata colonizzata grazie all’architettura, strumento attraverso il quale abitiamo il mondo fisico che ci circonda.
Come ci ricorda Sebastiano Ghisu, "ci dice la grammatica che il latino habitare è un verbo frequentativo (o intensivo) di habere (avere). Esso significa, innanzitutto, avere continuamente o ripetutamente. "Abitare" rimanda quindi all'avere con continuità. L'abitante, allora, "ha" il luogo in cui abita……”.
E l’idea del possesso è strettamente legata a quella della necessità, l’architettura nasce infatti per rispondere all’esigenza primaria di ricoverarsi al riparo da ogni pericolo dentro uno spazio definito e posseduto, costruito a tal fine.
Oggi, in epoca di globalizzazione e di sgretolamento di ogni confine, sia fisico che culturale, nel nome di una contaminazione che ricompone antichi legami che parevano perduti per sempre nel mare frammentario delle specializzazioni, del tecnicismo esasperato, delle pedanti categorizzazioni, si riscopre la sostanziale unità dell’essere umano, la sua interezza, la sua complessa unità, la sua 'esseità'.

“Separate alla nascita, arte visiva e architettura sono gemelle per molti versi identiche. Il loro seme comune è progettare un pensiero visualizzato …..” scrive Angela Vettese con visione interdisciplinare e transdisciplinare di grande modernità: tuttavia, mentre l’esperienza dell’architettura, in un certo senso inconscia ed inconsapevole, può essere compiuta da chiunque senza bisogno di mediazioni culturali semplicemente percorrendo le vie di una città, abitandola, lavorandoci e non è necessario sapere, conoscere, capire, è sufficiente ‘esserci’, l’arte visiva richiede invece ascolto e conoscenza, un approccio volontario e finalizzato ed una serie di rituali attraverso i quali mettersi in contatto con essa (per esempio accedendo ad una mostra o ad un museo) e talvolta anche opportune ‘istruzioni per l’uso’.
Da tempo si cerca di colmare questa frattura da una parte elaborando nuovi linguaggi artistici quali la street art, la public art, la land art che sconfinano nell’architettura e nell’urbanistica, dall’altra producendo un’architettura sempre più prossima ad un 'oggetto mediatico', per usare parole di Germano Celant, secondo il quale oggi "l'edificio viene inteso come una 'scultura' che si pone in rapporto dirompente col tessuto urbano. Al punto che non si guarda più all'uso, ma al segno."
Tant’è che, interpretando ciò che si potrebbe chiamare ‘spirito dei tempi’,
molti artisti contemporanei (Vito Acconci, Claes Oldenburg o Mauro Staccioli per citarne solo alcuni) elaborano il loro linguaggio in chiave decisamente architettonica, mentre parallelamente molti architetti (Frank Gehry o Zaha Hadid per fare due nomi) evadono disinvoltamente da ogni discorso limitatamente architettonico ibridandolo nel nome di una sensibilità plastica che produce forme marcatamente oggettualizzate nello spazio, siano esse indifferentemente statue o architetture.

Perché non esiste l’artista, il poeta, l’architetto, lo scienziato …… esiste l’Uomo, che esercita a 360 gradi le sue potenzialità, perché, parafrasando Jean-Paul Sartre, l'uomo è quello che progetta di essere, niente altro che l'insieme dei suoi atti, niente altro che la sua vita.