mercoledì 3 agosto 2011

Intervista a Michael Radford

Intervista a Michael Radford
Michael Petrucciani – Body & Soul
a cura di Laura Croce - Radio Cinema per Slide Italia


"Immaginate di avere un talento enorme, incomparabile, e di averlo racchiuso in un corpo così piccolo e fragile": si apre con questa suggestione il documentario di Michael Radford su uno dei personaggi più insoliti ed eccezionali della storia del grande jazz, Michel Petrucciani. E non si tratta di un eufemismo: nato con una malattia genetica che rende le ossa delicatissime e nei casi più gravi ne impedisce il pieno sviluppo, il musicista francese non crebbe mai al di sopra del metro d'altezza e per un lungo periodo della propria vita non fu nemmeno in grado di camminare. In compenso, la sua levatura musicale superò le vette di qualsiasi altro jazzista europeo, portandolo a essere un bambino prodigio al pianoforte e a esibirsi sin dall'adolescenza negli Stati Uniti con i più grandi maestri dell'epoca, da Charles Lloyd fino alle tante collaborazioni nate nei locali più famosi di New York come il Village Vanguard o il Bradley’s.
Ma non c'era solo la musica nell'incredibile vita di Michel Petrucciani, amante dei vizi, degli eccessi e delle belle donne. Molti dei racconti contenuti nel film partono proprio dalla testimonianza delle tante figure femminili che gli furono accanto nel corso della sua breve vita, che si spense a soli 36 anni il 6 gennaio del 1999. Ma chiunque l'abbia conosciuto concorda sul fatto che, per quanto breve, la sua esistenza fu dirompente, con oltre un milione e mezzo di LP venduti e centinaia di concerti tenuti nelle maggiori città del mondo, oltre che con tanti amori focosi e un figlio, Alexander, nato con la sua stessa malattia ma anche lui perfettamente a proprio agio con la diversità, fiero delle conquiste sue e di suo padre ed entusiasta del magnifico dono che può essere la vita.
Ecco perché il regista Michael Radford, già autore de Il postino, Another time, another place - Una storia d'amore e Il mercante di Venezia, ha voluto titolare questo suo ultimo lavoro Michel Petrucciani - Body & Soul, a sottolineare la perfetta combinazione che portò il protagonista a fare del proprio handicap un punto di forza, a usare la fragilità delle sue ossa per compiere movimenti inauditi con le mani, a ignorare la sua piccola statura per spiazzare e conquistare le ragazze e a dimostrare che non è certo 1 metro e 80 di altezza a fare un uomo.

D: Michael Radford, per realizzare questo documentario è stato sicuramente necessario un grande lavoro di ricerca, dato che contiene molti video e immagini d'archivio. Per il sonoro invece come vi siete orientati? Avete cercato materiale radiofonico o altro?
R: In realtà ho cercato tutto ciò che era disponibile su Michel Petrucciani, ma i documenti provenienti dalla radio non erano molto interessanti perché lì non ha mai fatto molte interviste, più che altro concerti. Di registrazioni live ne avevamo però già parecchie in video, perciò abbiamo deciso di usare quelle. Con la radio sarebbe stato più difficile, perché ascoltare qualcuno o qualcosa che non si vede comporta un processo mentale diverso, significa lasciar creare allo spettatore un'immagine primordiale. Perciò è sempre meglio puntare sull'immagine, purtroppo.

D: Il mondo del jazz è pieno di geni, perché ha scelto proprio Petrucciani per il suo documentario?
R: Perché non è un film sul jazz. Certo, è un film dove c'è un jazzista che merita di essere conosciuto, anche dal pubblico dei non appassionati. Ma prima di ogni altra cosa è un film sull'esistenza umana e su di un uomo con un incredibile talento per la vita. Questa era l'anima del mio progetto.

D: Il documentario parte proprio dalla nascita di Petrucciani, dai suoi primissimi giorni di vita e dal rapporto con la famiglia. Che idea si è fatto dell'ambiente in cui crebbe il musicista? A volte sembra quasi che sia stato spinto con la forza a diventare un genio.
R: Sì, più o meno è così. Non vorrei entrare nei dettagli, ma di sicuro dal film si capisce che era una famiglia povera, tra l'altro di origine napoletana, con un talento naturale per la musica. Si trattava però di un talento, come dire, ordinario, suonavano nelle bande durante i week end. Perciò quando si sono accorti che il più debole di loro era un vero prodigio, l'hanno spronato al massimo per sfruttare le sue capacità. Credo che sia per questo che Michel a 18 anni, cioè appena ha potuto, sia scappato subito negli Stati Uniti. E fondamentalmente non fece mai ritorno.

D: Lei come regista sembra particolarmente dedito ai "geni fragili", non solo Petrucciani ma anche Massimo Troisi, con cui ha lavorato a Il postino e che è morto anche lui molto giovane. Ha notato qualche affinità tra i due personaggi, seppur così diversi?
R: No, non direi. Di sicuro nutro un certo trasporto e una certa simpatia per queste figure, ma fa parte anche del mio modo di lavorare con gli attori. Cerco sempre di tirare fuori l'umanità dei personaggi piuttosto che di dare ordini. Non tratto mai i miei interpreti con piglio militare, perché si tirano fuori cose molto più interessanti quando ci si mette a servizio della persona piuttosto che quando si cerca di imporsi.

D: Qual è allora l'aspetto di Petrucciani che ha cercato di far emergere dal documentario?
R: Di sicuro la sua umanità, la lezione che la sua esistenza insegna a ciascuno di noi. È stato un uomo incredibilmente coraggioso, pensate che quando è nato nessuno avrebbe scommesso che sarebbe andato oltre i 20 anni. Oggi naturalmente le cose sono molto cambiate, suo figlio Alexander è visibilmente più sano, è evidente che le cure si sono evolute e sono migliorate. Michel, invece, non solo era cresciuto in un'epoca in cui la medicina non aveva fatto tali progressi, ma la sua sindrome si presentava anche in forma molto più grave e acuta. Lui, però, senza preoccuparsi minimamente di tutto questo, cercava di vivere al cento per cento. Era dotato di una personalità incredibile, tanto che lo conferma qualsiasi persona che abbia conosciuto, anche quelle a cui ha fatto del male. Come ogni artista era molto egocentrico, e sapeva come incantare le persone per sfruttarle a proprio piacimento. Tutto questo, le sue debolezze e il suo talento, ne hanno fatto però un essere umano straordinario e un esempio di vita per tutti.

D: Cosa invece l'ha colpita di più?
R: Ancora una volta, la sua forza vitale. Non è una cosa che si trovi così normalmente in giro.

D: Forse è anche questo il motivo per cui riuscì a farsi accettare in una comunità piuttosto chiusa come quella dei jezzisti di New York?
R: Sì, infatti. Lui era una persona che dava piacere. Anche se per lo più ha scelto il jazz, perché era cresciuto con questo genere e con l'abitudine a improvvisare, tutta la sua musica è capace di trasmettere entusiasmo al pubblico, di regalargli quell'indefinibile qualcosa in più.

D: Ci parli invece del suo prossimo progetto italiano, sulla cosiddetta "guerra dei vulcani" tra Rossellini e la Magnani. Ha detto che è bloccato per motivi politici, ma legati al contenuto del film?
R: No assolutamente. È solo che Anna Pavignano, con cui dovevo scrivere il film, mi ha contattato per dirmi che al momento il produttore, Luca Barbareschi, si trova in una situazione politica incerta, difficile. Ma non saprei davvero dirvi altro.

D: Comunque pensavate di farne un lungometraggio o una serie tv? E con Uma Thurman nel ruolo di Ingrid Bergman come si era accennato in passato? O ci sono altri nomi? Magari la Cucinotta...
R: Abbiamo in mente un film, ma non con Uma Thurman perché il personaggio è troppo giovane. E al momento non ci sono né Maria Grazia Cucinotta né altri nomi.