domenica 15 maggio 2011

Architettura & Design - Maggio 2011

Elogio della follia

“Antonio Ligabue. La follia del genio” è il titolo della mostra presentata da Marzio Dall'Acqua e Vittorio Sgarbi in corso a Roma, presso la Fondazione Magnani Rocca, fino al 26 giugno prossimo. Centocinquanta le opere presenti, olii, disegni, incisioni, sculture, a tracciare un esaustivo profilo di un grande solitario dell’arte del ‘900 italiano.
Folle, incompreso, emarginato, personalità borderline di psicotico e nevrotico, Ligabue, già definito da Sgarbi come una variante “padana” del genio di Van Gogh, rappresenta con il linguaggio aggressivo e visionario di un delirio creativo che sconfina nell'incubo mondi fantastici e minacciosi, metafore della paura e del dolore interiori, di naturalismo al tempo stesso minuzioso ed irreale, attraversati dal filo rosso della pazzia: solo così egli si riconosce e si racconta, con rabbia, con angoscia, con dolore e dallo smarrimento della follia il suo racconto si insinua nelle pieghe delle nostre certezze di “normali” per metterle in dubbio, squarciando il velo della ragione.
Al di là dell’importanza dell’evento sul piano prettamente culturale, mostre come questa, incentrate sull’opera di artisti dalla personalità fuori dal comune o dal “senso” comune, caratterizzati da disadattamento socio-relazionale, incapacità comunicativa, dissociazione tra la dimensione interiore e la realtà esterna, svelano come l’arte possa essere per l’artista un efficace strumento per ripristinare il dialogo tra le parti frammentate di uno stesso io e per il pubblico un’occasione per entrare in comunicazione empatica con il disagio psichico, con la solitudine, con la sofferenza dei “diversi” (fra gli artisti, oltre a Ligabue, anche Van Gogh, Munch, Klee, Kandinskij, Breton, Ernst ed altri ancora).
Non si spiega come si concili, nell’artista mentalmente malato, il momento disgregativo e autodistruttivo con il momento esecutivo in cui si richiede la formalizzazione dell'esperienza mediante una capacità costruttiva, anche dal punto di vista tecnico, con l'utilizzo di determinati strumenti, pennello, colori, scalpello ecc., né possiamo decidere se l’attività artistica sia una causa o un effetto della follia. Ma se non è a tutt’oggi provato che la malattia mentale sia in grado di favorire la creatività, tuttavia è evidente, visitando mostre simili, come certamente non sia in grado di ostacolarla, affermandosi quindi la follia come condizione non sufficiente, ma forse necessaria per la libera e disinibita espressione artistica, utile catalizzatore perché il genio creativo si sviluppi e si manifesti.
Ancora una volta il binomio genio-follia si propone in tutta la sua affascinante ambiguità, tessendo uno stretto legame tra due termini in apparente conflitto di senso: l'irrazionale, l'inconscio, l'anomalo hanno profonde implicazioni con l'espressione estetica e l’arte può essere il mezzo per costruire un ponte tra due mondi estranei l'uno all'altro, quello dei "normali" e quello dei "diversi", riportandoci dall'ignoto frammenti di visioni altrimenti non raggiungibili se non sulle ali della follia.
Su queste premesse si basa l’art-therapy, annoverata tra i mezzi di recupero e riabilitazione in varie forme di malattie mentali, in particolare la schizofrenia, grazie specialmente ad Hans Prinzhorn, psicoterapeuta dell'Università di Heidelberg, che all’inizio del ‘900 collezionò circa 5000 pezzi di art des fous e scrisse un libro oggi divenuto un classico, "L'attività plastica nei malati di mente", tracciando una ragionata relazione tra attività artistica e componente schizofrenica della personalità di alcuni grandi artisti moderni, in particolare di una decina di “grandi maestri schizofrenici”, tra i quali Van Gogh, Kubin, Ensor, Kokoschka, Nolde.
Quel che emerge è che, essendo l’arte un linguaggio e come tale deputata a trasmettere un messaggio, l’artista folle attraverso l’opera d’arte lancia il suo grido di sofferenza che non sempre siamo in grado di recepire e di decifrare, ma che comunque ci fa intuire l'esistenza di mondi lontani dall’accesso precluso alla nostra ragione, raggiungibili solo attraverso le vie del cuore.